Nasce il gruppo SPECTRE

eklektike:

Vi piace scrivere e volete un parere sul vostro manoscritto?
Qui lo potete inviare!

Originally posted on L'albero del pensiero:

readersA gennaio inoltrato, eccomi alla terza novità di quest’anno.

È nata la SPECTRE. Non sono agenti segreti, non sono artisti del crimine. Solo lettori e scrittori, votati a raggiungere un obiettivo: individuare eventuali manoscritti di buona qualità che, nella congerie di tutti quelli che circolano per internet, corrono il rischio di perdersi e di non avere una chance.

Per questo motivo Loredana Lipperini ha dato l’avvio, assieme a Isabella Moroni e a un nutrito gruppi di autori/lettori, alla S.P.E.C.T.R.E., Società Per Editare e Correggere Testi Ritenuti Eccellenti. Siamo pronti a dare un parere sul vostro manoscritto nel cassetto, perché prima di giungere a una casa editrice è spesso necessario l’occhio di un esterno.

Come fare per usufruire del servizio? Semplicissimo, basta mandare il manoscritto (o anche una semplice richiesta di informazioni) in formato .pdf o .doc all’indirizzo gruppospectre@gmail.com con una piccola mail di presentazione.

Il testo – gestito…

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Portraits of Resilience

eklektike:

Resilienza: parola da riscoprire

Originally posted on Steve McCurry's Blog:

Resilience
is the ability to overcome adversity,

cope with setbacks, and persevere in the face of  
trauma and deprivation.

INDIA-10004NFIndia

AFGHN-10118NFKandahar, Afghanistan

The greatest glory in living
lies not in never falling,
but in rising every time we fall. 
- Nelson Mandela

AFGHN-10037Herat, Afghanistan

SRILANKA-10024NF5Sri Lanka

MALI-10010NF, Sahel Desert, Mali, 1986final print_milanMali

INDIA-10727NFMumbai, India

When you get into a tight place and everything goes against you
till it seems as though you could not hold on a minute longer, never give up then,
for that is just the place and time that the tide will turn.
- Harriet Beecher Stowe

TIBET-10721NF4Tibet

Nothing in the world can take the place of persistence.
Talent will not… nothing is more common than unsuccessful people will talent.
Genius will not… unrewarded genius is almost legendary.
Education will not…. the world is full of educated derelicts.
Persistence and determination alone are omnipotent. 
- Calvin Coolidge

MONTENEGRO-10002Serbia

Serbian Orthodox clergy…

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Roghi di libri

Nei giorni passati ha fatto impressione l’azione di alcuni appartenenti al “movimento dei Forconi” che, a Savona, trovate alzate le serrande della libreria Ubik, hanno inneggiato al rogo di libri come rappresaglia al mancato appoggio da parte dei librai alla loro protesta.
Sappiamo cosa ricorda tutto questo. L’azione violenta contro chi non condivide le proprie opinioni politiche, il desiderio di mandare in fumo i libri, la cultura, le idee non asservite ci riportano alle pagine più oscure del secolo scorso, ci fanno credere che certi fantasmi stiano per reincarnarsi.
Danneggiando una libreria (e quante difficoltà incontra oggi chi lavora in questo settore!), i “forconi” si sono resi colpevoli di un atto vile e fascista che, per fortuna, non è passato sotto silenzio e, anzi, è stato unanimemente condannato.
Quello che i nuovi fascisti non sanno, o non vogliono sapere, è che nessuno riuscirà mai a far scomparire un libro, un’idea. A loro dedico questa citazione di Günther Anders:

Quando Hitler, nel 1933, ordinò il rogo dei libri e migliaia di pagine furono ridotte in cenere, non fu bruciata nemmeno una pagina, a differenza di quel che avvenne nell’incendio della Biblioteca di Alessandria. Perché di ognuna ne esistevano cento o mille sorelle. Per quanto ignominiosa possa esser stata l’intenzione dell’incendiario, per quanto il gesto della sua mano possa essere stato di funesto presagio e aver rivelato che presto avrebbe dato alle fiamme ben altro che carta – a quello stadio, la sua distruzione era ancora una pura farsa: perché, in mezzo alla folla schiamazzante che danzava intorno al rogo, danzava non vista un’aerea schiera di spiriti beffardi, irraggiungibili dalle fiamme: quella dei modelli dei libri, che esclamavano: “Bruciate i nostri esemplari! Bruciateli pure! Noi non ci bruciate” – per sperdersi poi in tutte le direzioni. E oggi i presunti bruciati vivono di nuovo in migliaia e migliaia di esemplari.

Ai librai di Savona, tutta la mia solidarietà.

Geologia di un padre, V. Magrelli

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Questo libro, nelle intenzioni dell’autore, avrebbe dovuto intitolarsi “L’uomo di Pofi”, paese originario del Magrelli padre e luogo di ritrovamento dei resti di un ominide estinto. L’uomo di Pofi, appunto.
È proprio dai resti familiari e dal problema delle rese cimiteriali che parte la ricostruzione dell’identità paterna da parte del Magrelli figlio (divenuto a sua volta padre). Il pofantropo ci appare dunque come un uomo tormentato da un sospetto che lo porta a fidarsi dei peggiori mascalzoni, da una terribile e quasi sacra ira che distrugge tutto, compresa una carriera universitaria appena avviata, in definitiva come un uomo devastato da un profondo senso di noia e malessere da cui poteva difendersi solo disegnando. Infine, il terribile viaggio senza ritorno verso le Terre di Parkinson, senza più capacità di muoversi autonomamente, dire cose intellegibili, ormai attaccato al girello, un Anchise a rotelle con un Enea ortopedico.
Con questo libro si piange, si ride, talvolta le due cose insieme. Si capisce che il problema del padre, centrale durante il ’900 ed ancora oggi, si può affrontare senza quell’atmosfera tragica con cui di solito se ne parla. Soprattutto se ne può ridere. Fa’ il contrario di ciò che ha fatto il tuo tormentato genitore, e sarai felice.

Mio padre era un pessimista praticante. Forse per questo ho sempre detestato gli stilisti del pessimismo. Per me non c’era molto da scherzare, quando sulla mia casa, ogni domenica, cadeva la mannaia della Noia. Altro che sillogismi o paradossi. Fino all’ora di pranzo si rideva. Anni Sessanta, e la cerimonia della radio che ascoltavamo a tavola, dopo avere mangiato. C’erano indovinelli da risolvere, e mio padre brillava incontrastato tra lo stupore del piccolo uditorio. Ma perché non si presentava come concorrente? Avrebbe sbaragliato ogni avversario! Lui splendeva di gioia per così poco, il poco che sempre ci inebria, eppure si ostinava a fare il modesto, e si schermiva. Una bella luce pomeridiana scaldava la scena, ma già l’ombra avanzava, e il pomeriggio festivo piombava su di noi come una belva, sbranando i resti del pasto, e sbranando noi. Era il Tedium Vitae. [...]
Soltanto il lunedì poteva guarirlo, quando tornava al lavoro, unico lenitivo di quella tenebra domenicale che già vedeva avvicinarsi di nuovo, da lontano. Logico che, davanti al suo comportamento, mi venisse in mente il racconto di un lupo mannaro. Anche perché lui stesso narrava una storia terribile, tramandatagli dal padre.
L’avventura si svolgeva in un piccolo centro del basso Lazio, all’inizio del secolo scorso. Pare che il ciabattino del paese soffrisse, appunto, di licantropia. Per questo motivo, ogni mese, gli abitanti si preparavano a fronteggiare la scadenza. Quando arrivava la sera, si chiudevano tutti nelle loro case, e facevano in modo di lasciare il poveretto, consenziente, all’aperto, finché non cominciavano, strazianti, gli ululati. Ora, spiegava mio padre, mio nonno sosteneva di essersi arrampicato su un cornicione, durante una di queste notti rituali, ferendo il calzolaio sulla nuca con un coltello fissato ad un bastone. Come nelle leggende, una stilla di sangue sarebbe stata sufficiente a salvarlo, facendolo di colpo tornare in sé.
Questo fu quanto accadde nel villaggio, ma certo non da noi. Che avrei dovuto fare? Salire sull’armadio? Arpionare mio padre dall’alto (come Achab!), vaccinarlo dal morbo della nausea? Non se ne fece nulla, e il mio lupo mannaro continuò a vagare per anni, ogni domenica, senza che mi riuscisse mai di incidere il suo male.

Betty, R. Cotroneo

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Porquerolles, 2006. Uno scrittore in vacanza trova un quaderno abbandonato sulla sedia di un locale. Sembra il memoriale di un certo “Sim”, come recita l’ex libris, e dev’essere un uomo anziano, a giudicare dalla calligrafia. La vera sorpresa è che si tratta di un taccuino che contiene le memorie di Georges Simenon, scritto nel 1987, quando lo scrittore soggiornava nell’isola.
In esso l’autore scrive di un giovane che lo aveva contattato per fotografarlo, ma a cui aveva invece affidato il compito di scattare istantanee degli abitanti dell’isola, di quella gente comune che aveva descritto tante volte nei suoi libri ma che, a causa dell’anzianità e della malattia, non poteva più frequentare.
Il fotografo svolge il suo lavoro, consegnando copia dei suoi scatti all’anziano scrittore che, con un senso di disagio, comincia ad accorgersi di una stranezza: in quasi tutte le foto, insieme agli altri isolani, è presente una donna. Non più giovanissima, bella e consapevole di essere ritratta.
Simenon comincia a prendere informazioni su di lei, scoprendo che è arrivata a Porquerolles da sola, pochi anni prima, e che il suo vero nome è Pauline anche se si fa chiamare Betty, proprio come la protagonista di uno dei suoi più tragici romanzi.
Pochi giorni dopo, il mare restituisce il corpo di Betty. Non è un suicidio, qualcuno l’ha uccisa: la polizia indaga, e scopre che la donna aveva una vera e propria ossessione per Simenon ed in particolare per quel personaggio con cui aveva scelto di condividere il nome.
Lo scrittore è ormai anziano e malato e soprattutto non è Maigret, ma capisce che deve indagare per conto suo, come può, per capire perché quella donna avesse scelto di identificarsi con una delle storie più dolorose che avesse raccontato e, soprattutto, perché quella brutta storia gli desse l’impressione di essere legata a doppio filo con il suo più grande dolore, il suicidio dell’amata figlia Marie-Jo.

Non ho una particolare predilezione per i gialli, e non ho mai letto nulla di Simenon. Ma in questo noir atipico l’indagine viene usata per portare l’attenzione del lettore su un quesito: la letteratura serve davvero a qualcosa? Ci fa migliori, o ci peggiora? In fondo Simenon, universalmente lodato come abile indagatore dei chiaroscuri dell’animo umano, non è stato capace di capire cosa passasse per la testa delle persone che amava di più, non ha saputo comprenderne il dolore.
Sono stata contenta di aver letto questo libro perché anch’io, in questo periodo, mi pongo le stesse domande.

Se mi fossi atteggiato a scrittore, forse a quest’ora avrei persino vinto un Nobel. Ma ogni volta io dovevo ricacciare i miei fantasmi dentro una stanza segreta. E fingere con tutti, e prima ancora con me stesso, che il mondo di uno scrittore non era abitato da ossessioni ma da sogni, dalla visionarietà della vita, o da chissà quali altre meraviglie.
Invece il mio mondo di scrittore era fatto di tinte scure, di abissi della mente, di paure, di crudeltà, di sconfitti. Ecco, direi proprio così: di sconfitti. Ho scritto tutta la vita di sconfitti per non ammettere di essere io lo sconfitto. Poi la consapevolezza mi è piombata addosso. Il suicidio di mia figlia fu come un boato, come se tutti i libri che avevo pubblicato nel mondo, le copie stampate a milioni e milioni, mi fossero arrivate addosso tutte assieme, e mi impedissero di respirare, di parlare, di vedere. Sepolto vivo sotto una valanga di carta.