Turismo Italian Style

1 Maggio, Festa dei Lavoratori: decidiamo di fare una gita nell’Abbazia X. In linea d’aria non è molto lontano da dove abito, ma le strade ci obbligano ad un bel giro.
Ci dirigiamo verso il paese più grande nei pressi di X, segnalato dalla carta. Arriviamo lì, ma ancora nessuna segnalazione per l’Abbazia. Alla fine piombiamo con la macchina nella piazza principale, in mezzo ad un folto numero di cresimandi e loro parenti. Chiediamo indicazioni ad un signore, il quale ci dice di uscire dal paese, dove troveremo dei cartelli.
Usciamo. Siamo sulla strada che abbiamo percorso prima. Finalmente giungiamo ad un bivio dove dei cartelli indicano la direzione per X, che prima non potevamo vedere perché disposti verso il senso di marcia opposto. Giriamo. Dopo qualche centinaio di metri si ripresenta la stessa situazione: bivio con cartello mezzo nascosto dalle frasche, o messo in modo da renderne disagevole la lettura durante la guida.
Infine arriviamo: è quasi mezzogiorno. Cominciamo a fare un giro nel borgo, poi decidiamo di cominciare la visita dell’Abbazia. Ci dirigiamo verso la biglietteria, per scoprire che l’ingresso avviene ogni ora, in gruppo, e che dall’una alle tre è chiuso per la pausa pranzo. Pazienza, andremo a mangiare.
La trattoria però è al completo, così cerchiamo un altro posto. Troviamo un forno che prepara dolci, pizze fritte, panini che sembra accogliente e tranquillo. Veniamo accolti da una ragazza un po’ scontrosa che ci avverte che oggi ci sono solo pizze fritte, e che queste sono le ultime che faranno perché di lì a poco il personale andrà a pranzo. Vada per le pizze fritte. La ragazza però batte lo scontrino solo per quelle, al che chiediamo un po’ preoccupati se non ci sia nulla da bere. A quanto pare possiamo scegliere tra acqua e coca-cola. Ci sediamo ad un tavolo e mangiamo. Mentre dal laboratorio sentiamo discutere se per il pranzo vadano bene o no gli spaghetti al pomodoro, entra un gruppo di turisti affamati, che dopo cinque minuti vengono a sedersi accanto a noi, muniti di pizze fritte farcite con prosciutto e birre fresche. Questo è davvero troppo.
Usciamo alla ricerca di un bagno, ma veniamo informati che è possibile trovarlo solo nella trattoria o dentro l’Abbazia, che ora è chiusa.
Manca più di un’ora al prossimo ingresso, così non troviamo di meglio da fare che riposarci nella grande piazza, anche perché tutti i negozi osservano la chiusura prandiale.
Finalmente arrivano le tre: facciamo il biglietto ed entriamo, accompagnati da una giovane guida. Sembra entusiasta di quello che fa, e spiega tutto con dovizia di particolari, anche se mi accorgo che non sempre sono attendibili… La visita si rivela comunque piacevole, soprattutto quando entriamo nella biblioteca, dove ci sono alcuni importanti manoscritti e testi a stampa in mostra.
All’uscita, vorremmo prendere qualcosa come ricordo. Entriamo nell’erboristeria officinale, dove scopriamo che nell’Abbazia non si produce più quasi nulla e dunque si vendono prodotti di altri centri più grandi; in effetti, ora lì dentro vivono solo cinque monaci piuttosto anziani, che non credo in grado di produrre amari, unguenti o marmellate. Potremmo prendere qualcosa lo stesso, se solo la commessa ci degnasse di un po’ d’attenzione: ma da dieci minuti parla a voce alta al cellulare dei fatti propri.
Usciamo e attraversiamo negozietti di ceramiche, artigianato delle missioni delle Suore di Vattelappesca, saponi naturali, incensi, bigiotteria in pietre dure e tutto il solito campionario dei souvenir turistici. Finalmente troviamo un negozio dove vendono stoffe tradizionali tessute a mano: scelgo qualcosa da prendere, ma al momento di pagare l’occhio cade su qualcosa di inquietante. Sul muro, dietro al bancone, è appeso un vecchio foglio di giornale dall’inequivocabile titolo “AUTARCHIA – La donna fascista”. Se l’avessi visto prima, sarei uscita: ma ora è troppo tardi. Me ne vado un po’ indispettita, soprattutto perché quel giornale mi ha fatto tornare alla mente il busto bronzeo di un certo Conte, in divisa fascista, che ho visto in uno dei chiostri dell’abbazia. E anche i campi hobbit che si tenevano da queste parti…
Insomma, ho un messaggio per i commercianti e per chiunque lavori nel turismo: siate furbi. Accogliete il visitatore col sorriso, inducetelo a spendere nel vostro esercizio esponendo tutto quello che potrebbe interessarlo, anche se sapete che non tornerà più. Non è molto difficile da capire che il denaro che vi porta sosterrà voi ed il vostro territorio. Tenete le vostre discutibili opinioni politiche per voi. E soprattutto, non limitate l’apertura nei giorni di festa, mettete cartelli chiaramente leggibili e dei bagni pubblici decenti.
Smettiamola con questa incivile tradizione del “turismo italian style”.

Fermare Green Hill, Pro-test Italia e il fattaccio milanese

20 Aprile 2013. Cinque attivisti del coordinamento Fermare Green Hill, accompagnati da un gruppo di manifestanti, si introducono nei laboratori di Farmacologia dell’Università degli Studi di Milano. Lì dentro, da anni, vengono condotte ricerche su Alzheimer, Sclerosi Laterale Amiotrofica, Parkinson: nel laboratorio si trovano i documenti di questo lavoro, insieme ad un migliaio di topi e alcuni conigli sui quali la sperimentazione viene condotta. Gli animali contenuti nelle gabbie sono in un certo senso documenti viventi: senza di loro, la ricerca è inservibile.
Gli animalisti irrompono nello stabulario: alcuni si incatenano alle porte, altri sottraggono documenti, altri ancora attuano quella che deve sembrar loro una furba azione di sabotaggio. Scambiano i cartellini delle gabbie, così ora non si sa più a cosa sia stato sottoposto ciascun animale. I manifestanti dichiarano di non volersene andare finché le cavie non saranno liberate, pronti a condividere la triste sorte dei muridi oppressi. I ricercatori si vedono dunque costretti a consegnare alcuni animali (ormai inutili) ai protestanti, i quali dopo un po’ se ne vanno.
Il giorno successivo alcuni ricercatori organizzano una manifestazione pacifica a favore della sperimentazione animale, mentre gli attivisti danno notizia sul web della loro azione contro quelli che chiamano “maledetti assassini” e “torturatori”. Negli articoli di Repubblica e del Corriere della Sera è possibile leggere parte del comunicato del Rettore della Statale, Gianluca Vago, e del Direttore del Dipartimento di Bioscienze del CNR, Tullio Pozzan, giustamente preoccupati della crescente violenza – non solo verbale – riservata a chi fa ricerca.
Su Vice Italia invece trovo un articolo di Giorgio Viscardini che riporta le interviste di due rappresentanti di entrambi gli schieramenti, e che trovo illuminanti. Vi suggerisco di leggerlo per intero ma, nel frattempo, ecco qualche stralcio.

Dall’intervista a Giuliano, attivista di Fermare Green Hill:

Di cosa si occupa il laboratorio?
Non lo sappiamo ancora, dentro abbiamo trovato schede e schedari, li dobbiamo esaminare, per ora non so dirti niente di preciso.

[...]

Verso sera siete usciti e siete tornati a casa. Lunedì però alcuni ricercatori sono scesi in piazza e hanno deciso di manifestare contro la vostra “operazione”. Cosa ne pensi?
Che penso, be’, che non capiscono qual è il punto di vista. Non devono vedere la nostra protesta dal punto di vista scientifico, è inutile che dicano che noi abbiamo mandato in fumo anni di ricerca. Ci hanno detto che per colpa nostra non riusciranno a trovare una cura per la Sclerosi Laterale Amiotrofica, la SLA, ma non è vero. La studiano in tutto il mondo, e non penso che loro siano i salvatori della patria come vogliono farci credere; poi sono anni che si studiano certe malattie e nessuno ne viene a capo. Forse dovrebbero cominciare a cambiare la prospettiva della ricerca, in toto.

Tipo? Avete qualche idea su ricerche alternative? Ne esistono?
No, non lo so. Non ci riguarda. Noi non parliamo del punto di vista scientifico, anche perché nessuno di noi è laureato in materie scientifiche. A queste domande lasciamo rispondere gli esperti, laureati che hanno molta più credibilità di noi. Noi diciamo che nessun essere vivente deve essere trattato come schiavo per il bene dell’uomo. Non c’è una specie superiore.

[...]

Quindi o la scienza trova metodi alternativi o basta scienza, giusto?
Guarda, quante volte abbiamo letto di topi portatori di cure miracolose? Anti-cancro, anti-tutto, tantissime. E poi? Poi niente. Nessuna di queste cure è mai stata applicata sull’uomo, perché comunque non vanno bene. E lì si parla di anni di sterminio sui topi per arrivare a un punto morto.

[...]

Cosa succederà adesso a Milano?
Stiamo aspettando che quelli del laboratorio ci richiamino per dirci come vogliono procedere. L’Ateneo ci ha detto che possiamo prenderci tutti gli animali, tanto ormai sono inservibili, e per loro sono costi in meno.

Perché sono inservibili?
Perché gli abbiamo incasinato tutte le carte.

[...]

Non avete pensato che alcuni dei topi potessero essere infetti? Alla fine erano lì per essere sottoposti a cure sperimentali.
Vabe’, se fossero stati infetti chi ci ha dato il permesso di portarli fuori sarebbe un pazzo criminale.

Ma non li avete portati fuori in massa? Non credo che quelli del laboratorio si siano messi a ispezionare uno a uno i topi che vi siete portati via, no?
Guarda, se questi topi fossero infetti questa gente sarebbe veramente peggio dei terroristi. I topi stanno già andando in giro, nelle case, tra chi li ha adottati. Non penso che ce li avrebbero fatti portare fuori se ci fosse stato un reale rischio di contaminazione, no?
(Faccio notare che gli attivisti hanno richiesto di portar fuori le cavie dopo aver scombinato tutti i cartellini delle gabbie. Poi hanno pensato che potevano essere infetti. Ammazza che volpi.)

Dall’intervista a Daria, ricercatrice e rappresentante di Pro-Test Italia:

Perché avete deciso di formare un’associazione? Non capita tutti i giorni tra ricercatori, no?
Spesso il mondo della ricerca preferisce rimanere neutrale rispetto a queste manifestazioni, forse per non perdere tempo, forse per non inimicarsi il grande pubblico, e alla fine si parla sempre e solo degli animalisti e delle loro posizioni. Nessuno difende la ricerca.

[...]

Un atteggiamento che di solito riguarda più gli animalisti che i ricercatori, soprattutto rispetto a un’attitudine di “piazza”.
Sì sì, è vero, la ricerca in Italia vive di una solitudine incredibile. Nessuno si rende conto che queste persone ricercano farmaci che aiuteranno la salute di tutti, e che se non fosse stato per la ricerca sugli animali cose come il vaccino contro la poliomielite o l’insulina non ci sarebbero mai state.

Non esistono alternative all’utilizzo degli animali da laboratorio?
Ti rispondo con una domanda. Come fai a testare un pacemaker senza un animale vivo, senza un organismo complesso? In vitro non si può. Prendi un impianto cocleare per ridare l’udito a una persona che non sente, come fai a sapere se funziona? Anche questo in vitro non si può fare. In questi casi servono per forza degli organismi complessi. Prendi il caso del Talidomide. Spesso gli animalisti lo citano come un loro cavallo di battaglia, ma il problema vero è che questo medicinale non venne mai testato su cavie gravide. Se si fosse fatto si sarebbe visto che il medicinale produceva malformazioni nei feti e non sarebbe mai stato approvato. Una cosa è reagire in provetta, una cosa è reagire all’interno di un organismo complesso con tutte le sue interazioni e con i suoi organi. Una cosa è il farmaco su una cellula, una cosa è il farmaco metabolizzato dal fegato e assorbito dai reni.

[...]

Ma torniamo su Milano, gli attivisti sono entrati e si sono impossessati di ricerche e documenti, di che perdite stiamo parlando?
Be’, la verità è che dopo la loro incursione il laboratorio ha dovuto rinunciare a tutte le sue cavie, perché inutilizzabili. Quando sono entrati hanno scambiato i cartellini dei topi, rendendo impossibile capire quale topo è stato usato per quale farmaco. Pensa che alcuni di questi topi erano stati selezionati dopo un lavoro di anni, e adesso, niente, non possono più essere utilizzati, molti verranno dati via e altri dovranno essere soppressi. Alcuni possono costituire un rischio per la salute dell’uomo. È una situazione spiacevole. Non si sa neanche se alcuni degli animali portati via dagli animalisti siano infetti o meno, si tratta di animali su cui si stavano facendo sperimentazioni di farmaci e molti topi sono stati portati via senza essere controllati. Se alcune cavie fossero infette sarebbe un rischio, non tanto per l’animale, ma per gli attivisti.

E adesso?
Molte ricerche dovranno ricominciare da zero e peseranno economicamente sulle tasche dei contribuenti.

Non so voi, ma a me questa notizia ha dato molto da pensare. Sono anni che in questo Paese vedo cose anomale e preoccupanti, ma questo ha passato il segno. E’ una cosa simbolica. Quando si attacca con violenza la scienza e la ricerca, vuol dire che si è giunti all’intolleranza ed al fondamentalismo, e non importa se si cerca di infiocchettare questi atti parlando di rispetto per gli esseri viventi. Chi è contro la violenza sugli animali mangi verdura, vada in giro con le scarpe di gomma, si lasci morire rifiutando le cure mediche, se non le condivide: ma non aggredisca chi fa ricerca e vuole trovare una risposta per malattie tragicamente invalidanti, tuttora incurabili.
Mi chiedo a cosa serva l’obbligo scolastico, avere tutta la conoscenza del mondo a portata di clic, se poi – dall’alto della propria scientifica ignoranza – si ha la presunzione di distruggere l’operato di chi alla scienza ed al progresso dedica la propria vita.

Felicità®, W. Ferguson

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L’idea era buona. Davvero.
Una casa editrice pubblica un manuale di auto-aiuto pieno di banalità, scritto pure male. Tuttavia il libro funziona e in breve diventa un best seller. Chi lo legge dimentica rancori, ambizioni fallite, desideri e sofferenze, raggiungendo la felicità(R). L’industria della consolazione crolla, e con essa l’economia ed il mondo occidentale così come l’avevamo conosciuto: nessuno più beve, fuma, si droga, mangia cioccolatini, va in palestra o compra vestiti firmati. Le case editrici smettono di ricevere brutti manoscritti di aspiranti Scrittori.

Una storia come questa, narrata con il giusto sarcasmo ed ambientata in una nazione in cui il raggiungimento della felicità individuale figura nella Costituzione avrebbe avuto un gran potenziale.
E invece… Il protagonista, il giovane editor Edwin de Valu, incorre in una assurda quanto inutile serie di peripezie prima di pubblicare il manuale recapitatogli presso la sua casa editrice. Il lettore aspetta almeno metà libro prima di assistere alla descrizione dello sfascio dell’Occidente, invaso dai seguaci di un finto guru, con i loro felici quanto vacui sguardi di bodhisattva. Poi un’altra lunga serie di peripezie del già citato Sig. de Valu, tra i pochi a rendersi conto della catastrofe provocata dal libro che ha fatto pubblicare, fino all’eroica prova che salverà il mondo dalla felicità(R). In mezzo a tutto questo, un sacco di personaggi caratterizzati come macchiette, tutti che si esprimono in una specie di malriuscito linguaggio colloquiale.
Un libro che parla di libri, case editrici ed editor che avrebbe avuto bisogno di un bravo editor. Paradossale.
Due stelline su cinque.

Goethe muore, T. Bernhard

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I quattro racconti di questo breve ma denso libro costituiscono una descrizione di personaggi infelici, risentiti, in trappola: ognuno in modo proprio, eppure preda di inquietudini universali.
In Montaigne e Incontro, Bernhard scrive di genitori che odiano i propri figli, cui cercano di imporre il proprio modo di essere e di pensare, che sottopongono ad ogni forma di tortura fisica e psicologica, per poi rimproverare loro tutto ciò che non riescono ad essere.
In questo continuo duello cui talvolta qualcuno riesce a sottrarsi, esiste un tipo di fuga che è al tempo stesso medicina: il rifugio nella letteratura e nella filosofia. L’opera prende nome  dal primo racconto, Goethe muore, in cui, con un evidente anacronismo, si immagina che il grande letterato in punto di morte desiderasse accanto a sé il filosofo Wittgenstein.

Quelle escursioni in alta montagna erano l’equivoco in cui due volte all’anno i genitori incorrevano credendo di poter trovare quiete in alta montagna. Nel rifugio alpino. Sulla vetta. Al contrario, quelle escursioni in alta montagna rafforzavano in tutti noi l’irrequietezza. Quando abbiamo raggiunto la quiete, eccoci più irrequieti che mai, ho detto, capisci. I genitori ovviamente non ci arrivavano, poiché per tutta la vita si sono ben guardati dal pensare. Si risentivano, ma non pensavano, il loro risentirsi lo scambiavano continuamente per pensare e al mondo ci sono quasi altrettanti risentiti quanti sono gli esseri umani, ma ben pochi pensanti. L’equivoco che sia possibile trovare quiete era solo uno dei tanti che i miei genitori nutrivano e coltivavano, ho detto. Si infilavano i calzettoni rosso vivo e andavano alla ricerca della quiete.

[...]
Poiché ci eravamo accoccolati in un angolino riparato dal vento mia madre poté staccare dallo zaino la cetra e suonarla. Aveva sempre suonato male la cetra, a differenza di mia nonna, che sapeva suonare la cetra come nessun altro, e quella volta sulla vetta la suonò in modo catastrofico, ho detto. Papà la investì perché la piantasse di suonare la cetra, ho detto, dopodiché staccò dallo zaino la tromba e ci soffiò dentro. Ma il vento scompigliava selvaggiamente le note della sua tromba e ben presto gli fece passare la voglia di suonarla. Infilò la tromba fra due lastre di roccia e si fece tagliare dalla mamma due grossi tocchi di pane su cui mise lui stesso varie fette di prosciutto. Anche a me diedero da mangiare, ma io non riuscii a mandar giù un solo boccone, come si suol dire. Una tale quiete, disse più volte mio padre. Il vento divenne ben presto tormenta, ho detto, e noi credevamo di morire assiderati sul posto. Così ci pigiammo nell’angolino riparato e restammo a guardar fuori. La tormenta era un buon segno, disse mio padre. Sì, disse mia madre, ho detto. L’ascensione era durata otto ore. I genitori si stringevano l’uno all’altra nell’angolino fra le rocce e tremavano in tutto il corpo. La tormenta faceva un tale frastuono che a malapena udii mio padre dire: che quiete regna quassù.

Perché non è una festa

Ribloggato da il ricciocorno schiattoso:

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L'etimologia della parola festa risale al latino festum o a dies festus (giorno di festa) e indica un giorno di gioia pubblica, giubilo, baldoria: la festa è quindi un evento gioioso comunitario o, quantomeno, da condividere con gli altri.

Un'origine ancora più antica, si riferisce al greco festiao o estiao che indica l'atto di accogliere presso il focolare domestico (in sanscrito il focolare si indica col termine vastya) confermando il significato originario e profondo di condivisione, di accoglienza e di comunione gioiosa della festa.

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A proposito di otto marzo: un'ottima riflessione che condivido.

Articolo 48

Articolo 48 della Costituzione della Repubblica Italiana

Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.

Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.

La legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività. A tal fine è istituita una circoscrizione Estero per l’elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge.

Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.

C’è una persona che sta male. Un anziano con una malattia degenerativa che lo costringe su una sedia a rotelle e gli nega quelle poche passioni che ha coltivato nella sua semplice vita: stare all’aria aperta, leggere, interessarsi di politica. Tutto il giorno sta a casa accudito dalla moglie, anche lei pensionata.
Quest’anno, preoccupato dalla grave situazione nazionale, ha espresso il desiderio di votare a casa, come in televisione dicono che sia suo diritto. La moglie è dunque subito andata ad informarsi in Comune, dove un solerte impiegato le ha detto che sarebbe stata necessaria la visita a domicilio e la compilazione di certi moduli da parte del medico ASL, tenendo a precisare che la prestazione avrebbe dovuto essere gratuita.
In paese ci sono due dottori che fanno questo servizio, nessuno dei quali è il medico curante degli anziani.
Dottore n.1: “Ma certo Signora che compilerò la dichiarazione per suo marito: venga pure nel mio studio!” Che è un messaggio nemmeno tanto velato per dire: “Sborsi 30 euro”.
Dottore n.2: “Suo marito non ha diritto proprio a niente, il voto a domicilio spetta solo a chi è attaccato al respiratore e suo marito non lo è. Se ci tenete tanto, affittate un’ambulanza e portatelo a votare con quella. Comunque ora ho da fare, verrò da voi quando avrò tempo”.
Manca una settimana al termine per la presentazione della domanda e nessuno sembra disposto a svolgere il proprio dovere.
La signora torna all’Ufficio elettorale, esponendo il problema e minacciando denunce nel caso non venga tempestivamente risolto. L’impiegato la rassicura, dicendole di tornare a casa e aspettare il medico.
Alle due del pomeriggio suona il campanello: è il Dottore n.2, visibilmente nervoso. Dà uno sguardo all’infermo e poi compila di malavoglia il certificato, sborbottando sul fatto che il malato volesse a tutti i costi votare a casa. A quel punto la moglie, esausta, replica di conoscere bene i propri diritti, e che il voto a domicilio spetta sì a chi dipende da apparecchiature elettromedicali e non può staccarsene, ma anche agli infermi, quale è evidentemente suo marito. Perché ostacolare in modo così evidente l’esercizio di un proprio diritto?
Il medico ammutolisce e si prepara ad andarsene. Sulla porta, però, non può fare a meno di sbottare in un: “Signora, lei è una rivoluzionaria, lo sa?!”

Pensieri post – voto

Come perversa desolazione e spaventosa ottusità lo percepivo, il mio paese. Solo città orribilmente deturpate, un paesaggio nient’altro che sgomentante e, in quelle città deturpate e in quel paesaggio sgomentante, gente volgare e falsa e abietta. Non si capiva che cosa avesse deturpato così quelle città, desolato così quel paese, reso così volgare e abietta quella gente. Il paesaggio era volgare quanto la gente, altrettanto deturpato, altrettanto abietto, entrambi altrettanto sgomentanti, in modo del tutto esiziale, deve sapere. Se guardavo la gente vedevo solo ghigne volgari là dove avrebbero dovuto esserci delle facce, se aprivo un giornale, mi veniva da vomitare per l’ottusità e l’abiezione che vi erano stampate, tutto ciò che vedevo, tutto ciò che udivo, tutto quello che ero costretto a percepire mi dava la nausea.

T. Bernhard, Goethe muore