È domenica e decido di andare a vedere una mostra a Roma con i miei. Il treno del mattino proveniente dalla Toscana è già pieno, così ci sistemiamo nel vano delle porte, dove ci sono degli strapuntini su cui sedersi. Alla stazione successiva sale molta gente: tra gli ultimi, un signore con un’enorme valigia, che con piglio manageriale comincia a suggerire a chi ha bagagli leggeri di cercare posto all’interno degli scompartimenti, anziché intralciare nei punti di passaggio. “Usiamo la testa!” dice. Sono d’accordo con lui, ma poi mi accorgo che sul marciapiede ha una montagna di valigie, piú moglie e figlia ad aspettarlo. Riesce a caricare sette grandi borsoni e a far salire la famiglia all’ultimo momento, rischiando di perdere il treno: la zona di fronte alle porte ne risulta quasi completamente ostruita, e chi deve passare è costretto a faticose gimcane e scavalcamenti. Per fortuna lo strapuntino è posto in un angolo, e posso continuare a leggere. In prossimità di una fermata, dallo scompartimento esce un signore con un bagaglio leggero; mi alzo e cerco di farlo passare, pensando che debba scendere, invece quello si piazza in piedi nel posto in cui mi trovavo prima. Mentre cerco con difficoltà di riguadagnare la mia posizione e di non finire troppo vicino alla porta, il tizio mi informa che è uscito perché nello scompartimento faceva troppo caldo. Mi trattengo dall’intimargli di tornarsene dov’era e continuo a leggere. Piú si va avanti, piú gente sale, e ormai non c’è piú spazio per muoversi. Anche il signore che mi sta vicino comincia ad avvicinarsi sempre di piú, ormai siamo appiccicati e sento il forte odore che emanano i suoi abiti puliti e perfettamente stirati: stamattina deve essersi rovesciato addosso un’intera boccetta di profumo. Mentre cerco di continuare la lettura, diventata quasi un esercizio zen, comincio a notare che il tizio mi sta un po’ troppo vicino, e la cosa mi infastidisce: mi sposto di pochi millimetri verso la porta, quel poco che basta per allentare il contatto. Di nuovo lo percepisco attaccato a me; mi allontano ulteriormente, ma lui colma la distanza. Pare che non possa fare a meno di aderire con il suo corpo al mio, e ormai ho l’impressione di stare sul set di Duel. Pagherei non so cosa per poter vedere cosa c’è nel suo cervello: segatura? Un solitario ed annoiato neurone che gira in tondo nel vuoto? Mi chiedo anche cosa speri di ottenere comportandosi così con una sconosciuta su un mezzo pubblico: se spera di essere insultato è sulla strada giusta. A forza di millimetrici spostamenti sono finita pericolosamente vicina alla porta, dal cui vetro vedo sfrecciare velocissimo il panorama. Mi sono innervosita e in piú non ho nessuna voglia di finire sotto le rotaie e diventare una polpetta, così mi giro e gli dico di lasciarmi spazio. Lui fa un gesto come a dire: “scusa tanto!” e si sposta, liberando dieci preziosi centimetri che mi consentono di appoggiarmi al muro, libera. Protestare conviene sempre.
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bel racconto sulle varietà delle sensibilità umane, anche su questioni di spazio…
Grazie! Credo che lo spazio in ambienti ristretti sia un argomento molto sensibile…
Io provo il tuo stesso disagio in ambienti stretti e affollati… Ho notato che nei Paesi nordici il nostro sentimento è in genere compreso, mentre nell’Europa meridionale spesso accade che la gente accorci molto – per noi, a quanto pare, troppo – le distanze, ma senza rendersi davvero conto di infastidire finché non glielo si fa notare.
Latitudine che vai, usanza che trovi
In questo caso purtroppo si trattava di uno scocciatore un po’ troppo appiccicoso…
Secondo me, semplicemente, più tu lasciavi spazio più lui si metteva comodo rubando quei mm che lasciavi liberi
Ti assicuro che non era solo questione di comodità…
Sono stato un mese fa a Tolosa. La metro e’ strettissima: in tre fianco a fianco già sei strippato… Le persone ho notato che in questa situazione non si guardano mai negli occhi; quello curioso ero solo io. C’era molta educazione e riservatezza, insomma. Cose che mi pare di avere capito non abbondassero nel simpatico approcciatore da treno superaffollato. Anzi… È hai fatto benissimo a rivendicare il tuo spazio.
Anch’io penso che si possa tranquillamente socializzare anche in situazioni affollate, però… con educazione
Mancanza di spazio fisico che mi fa subito mancare il fiato e non sono esageratamente claustrofobica. mi darebbe noia però sentire il corpo di un’ altra persona che si attacca al mio soprattutto se penso possa farlo volontariamente, con malizia.
Per fortuna anch’io non sono claustrofobica: comunque, il viaggio mi è sembrato davvero un esercizio zen. Ma almeno ho potuto alleviare un fastidio!
Probabilmente noi maschi nasciamo con la colla, come i francobolli: trattasi sicuramente di una caratteristica genetica!
Parte della colla è sicuramente genetica, ma a volte mi viene il dubbio che molta sia culturale…
Questo racconto potrebbe essere portato come metafora della vita.
Un saluto!
Benvenuto!
Hai ragione, quello che ho raccontato è in piccolo ciò che succede nella vita vera. E io ho imparato che è sempre bene protestare!
Passerò a trovarti su aNobii
Ti aspetto!
Questo tuo racconto mi lascia senza fiato, perché queste sono le situazioni in cui io vado soggetta al panico: per cui odio i posti pubblici affollati e soprattutto i mezzi pubblici. Odio il contatto fisico col prossimo, ancorché sconosciuto, vivo ogni interferenza nel mio spazio vitale, seppur esiguo, come una coltellata sulla carne viva.
Hai ragione a parlare di spazio vitale: tempo fa lessi che c’è una certa fascia di centimetri attorno al corpo di ognuno che va considerata come una zona di rispetto, da non oltrepassare se non per valide ragioni. Può essere mezzo metro, venti centimentri, anche dieci, a seconda della cultura e della sensibilità personale.
Che queste situazioni di contatto forzato mettano in imbarazzo, lo dimostra il fatto che spesso le persone si sforzino di pensare ai fatti loro, di non guardare gli altri. Una cosa che invece non ho mai capito fino in fondo è il comportamento dei giapponesi, che sono così discreti ma hanno degli addetti che spingono le persone in metropolitana, per sfruttare ogni centimentro possibile. Ecco, credo che lì potrei stare male.