Una sera di febbraio di quarantadue anni fa.
In paese fervono i preparativi per il Carnevale: sta per essere inaugurato il nuovo Teatro e ci sarà una grande festa. L’atmosfera è allegra e tutti cercano di farsi belli.
Improvvisamente, un boato.
Buio.
Un tremito infinito, calcinacci e polvere.
Tutti gridano e cercano di andare all’aperto. Fuori, ormai, solo rovine fumanti illuminate dalla luna piena.
La nostra casa è una delle poche ad essere rimaste in piedi, nessuno si è fatto male. Mio nonno porta la famiglia in campagna, dormiranno tutti in macchina. Poi si addentra tra le macerie del paese, forse può aiutare qualcuno.
Per strada incontra il suo amico Eugenio, con un piccone in spalla.
“Andiamo, vai a prendere una vanga. Ci sono i morti da scavare”.
Partono senza farsi troppe domande su cosa troveranno, se non sia pericoloso quello che stanno per fare, se non debbano aspettare i soccorsi. C’è da scavare. Dov’erano vecchie case, ora sono montagne di materiale incoerente. Mattoni, tegole, pietre, travi. Mobili.
Vedono due donne che piangono in strada. Il figlio di una delle due non è riuscito ad uscire di casa, forse è ferito. Non c’è qualcuno che possa andarlo a prendere?
Mio nonno si arrampica, entra in un vano semidistrutto. Vede subito il bambino tra le macerie, ma è evidente che non ci sia niente da fare. E’ ancora caldo e quando lo prende in braccio per portarlo fuori, potrebbe quasi sembrare addormentato.
Si va avanti: ci sono ancora tante persone sotto le macerie, molti scavano con le mani. Si vedono cose bizzarre: una ragazza finita per strada con tutta la vasca da bagno. Il parroco settantenne con la testa rotta che insiste per tornare dentro l’Ospedale semidistrutto a “vedere come stanno i malati”. Ci si arrangia e ci si aiuta come meglio si può, mentre si aspettano i soccorsi, che arrivano solo la mattina successiva. Tendopoli, mensa, coperte, infermeria. Distribuzioni di generi di prima necessità. Squadre di tecnici ed ingegneri per la messa in sicurezza e la ricostruzione. Il nuovo teatro, mai inaugurato, diventa per tragica ironia della sorte un obitorio.
E’ difficile vivere in una tenda bifamiliare nel freddo di febbraio, con brandine difettose che si chiudono proditoriamente nel cuore della notte, mentre sai che la tua casa è ancora in piedi, e ha solo una mattonella rotta. Mio nonno prende la polmonite per il freddo e la nonna decide che si è vissuti anche troppo a lungo in tenda, che si tornerà ad abitare a casa anche se nessuno ha dato il permesso. La sera torna tardi dal lavoro in un paese vuoto, buio, puntellato, con chiese orbe di finestre e rosoni.
Di notte, mentre la famiglia dorme, si sentono i colpi degli scavatori clandestini e dei ladri che entrano in case incustodite. Avvengono intrallazzi per avere più cibo e biancheria. Intrallazzi per avere certe pentole. La gente è cambiata, o forse ha solo mostrato una faccia che prima nascondeva.
Di sicuro però, qualcosa tra quella gente è morto, in una fredda serata di febbraio di quarantadue anni fa.

è incredibile come le tragedie rivelino il meglio e il peggio della natura umana, ciò che ci rende da un lato quasi divini e dall’altro bestiali. Complimenti per il post, ben scritto e ricco di spunti.
E’ vero, nei momenti difficili spesso emergono lati inaspettati. Sta a noi scegliere se mostrare il meglio o il peggio.
Grazie per il commento!
un lettura interessante, almeno non sterile, finalmente.. leggo delle cose deprimenti spesso e volentieri. Proditoriamente, mai usata. Finalmente, una parola nuova.
Ciao Anonimo Pensoso, grazie per il commento e benvenuto.
“Proditoriamente” mi sembrava la parola adatta, lì, anche se un po’ rara. Anzi, forse mi piace soprattutto perché è rara.
Passerò a trovarti.