La Controvita, P. Roth

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Durante l’orazione pronunciata al funerale di Henry Zuckerman, la neo vedova Carol descrive il defunto come onesto membro della comunità, padre amorevole, marito appassionato al punto tale da rischiare la vita per l’impianto di un bypass che lo liberasse dai farmaci betabloccanti e dall’impotenza che questi gli causavano. Quello che Carol ignora – al contrario di Nathan, controverso romanziere e fratello del defunto – è che Henry si era sottoposto all’intervento non a beneficio di una completa felicità nuziale, ma per Wendy, giovane e adorante assistente del proprio studio dentistico.
Nathan Zuckerman (alter ego di Philip Roth) scandaglia la vita del fratello, cercando di capirne le insoddisfazioni e le aspirazioni frustrate; immaginando che sia sopravvissuto all’intervento, dipinge la controvita di Henry Zuckerman, zelante colono sionista in una West Bank lunare e violenta.
Ma nella seconda parte del libro, è Nathan a morire durante l’operazione che avrebbe dovuto restituirgli la virilità perduta e la possibilità di qualcosa che prima non aveva mai desiderato: la paternità ed una tranquilla vita domestica. In modo speculare, ora è Henry a cercare di capire qualcosa del fratello, col quale non parlava da tempo.
La controvita di Nathan in Inghilterra trova spazio nell’ultima parte del libro, insieme alla figura della dolce e remissiva Maria, dalla quale Nathan sta per avere un bambino.
Lo schema narrativo, all’apparenza così limpido e simmetrico, si dimostra in realtà più complicato del previsto: chi è che muore o sopravvive? Qual è il confine che separa il romanziere dai propri personaggi? L’impressione finale è quella di trovarsi in una immensa sala piena di specchi in cui reale e immaginario arrivano a confondersi.
Un romanzo che contiene tutti i temi cari a Roth: vita e morte, desiderio, ebraismo ed americanità.

In cima alla collina, alle porte di Agor, Henry fermò la macchina sul bordo della strada e scendemmo per guardare il panorama. Nell’ombra che cominciava ad addensarsi, il piccolo villaggio arabo ai piedi della colonia ebraica non sembrava più così squallido e cupo come quando, pochi minuti prima, ne avevamo attraversato la strada maestra. Il tramonto nel deserto conferiva un che di pittoresco anche a quell’agglomerato di anonime bicocche. Quanto al paesaggio circostante, era facile vedere, soprattutto in quella luce, come qualcuno potesse avere l’impressione che fosse stato creato in soli sette giorni, diversamente dall’Inghilterra, diciamo, dove la campagna sembrava l’opera di un Dio che avesse avuto quattro o cinque possibilità di tornare a perfezionarla e rifinirla, coltivarla e ricoltivarla fino a renderla completamente abitabile a tutti, uomini e animali. La Giudea invece era stata lasciata così com’era stata fatta; avrebbe potuto passare per un pezzo di luna dove gli ebrei fossero stati sadicamente esiliati dai loro peggiori nemici anziché il luogo di cui da tempo immemorabile rivendicavano appassionatamente l’esclusiva proprietà. Ciò che lui trova in questo paesaggio, pensai, è il correlativo dell’uomo che oggi vorrebbe sentirsi, il rozzo e burbero pioniere con quella pistola in tasca.
Naturalmente lui avrebbe potuto pensare lo stesso di me, che ora vivevo in un paese dove ogni cosa è al suo posto, dove il paesaggio è stato coltivato così a lungo e la densità della popolazione è così elevata che la natura non rivendicherà mai più né l’uno né l’altra, l’ambiente ideale per un uomo in cerca dell’ordine domestico che, arrivato a metà della sua vita, aspira a rinnovarla su una scala abbastanza vasta da essere soddisfacente. Ma in questo ambiente appena abbozzato e quasi extraterrestre, che al tramonto testimoniava l’esistenza di un grande Significato Atemporale, ognuno poteva benissimo immaginare per sé una palingenesi nella scala più vasta di tutte, la scala della leggenda, la scala dell’eroismo mitico.

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6 pensieri su “La Controvita, P. Roth

  1. Ho addocchiato questo libro l’altro giorno in libreria,ma le mie scarse (per non dire inesistenti) finanze non mi hanno permesso di prenderlo.

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